C’era una volta una piccola sonda spaziale che, lanciata per esplorare il cosmo, raggiunse tutti i pianeti attorno al Sole. Osservò le desolate lande rossastre di Marte, il gigantesco Giove percorso dal suo perenne uragano, Saturno e gli spettacolari anelli, Urano e Nettuno nascosti dalla loro atmosfera bluastra. Superata l’orbita di Plutone, diventò la prima sonda terrestre ad oltrepassare i confini del sistema solare.
Durante tutto il suo viaggio continuò ad inviare sulla Terra le foto e i dati di tutte le meraviglie che incontrava sul suo percorso. Un giorno però raggiunse una distanza tale da non riuscire più a comunicare con gli uomini che l’avevano creata.
Voyager, così si chiama la nostra sonda, proseguì in solitudine il suo viaggio nel vuoto dello spazio.
Il freddo interstellare congelò il metallo con cui era costruita mentre la luce del Sole, ormai un puntino lontano solo un po’ più luminoso delle altre stelle, era divenuta così flebile da non riuscire a caricare le batterie della sonda che, presto, si esaurirono completamente. In quel istante, Voyager, smise di funzionare.
Sospinta nel suo volo dalla forza inerziale impressagli il giorno del lancio, e incrementata strada facendo dalla gravità dei pianeti, continuò, sebbene ridotta ad un inutile ammasso metallico, il suo viaggio.
Percorse molti anni luce di distanza e, quando le ultime stelle dell’universo si spensero esaurite le loro riserve d’energia e tutto calò nel buio più profondo, Voyager continuava il suo percorso interminabile.
Per moltissimo tempo tutto fu null’altro che gelide tenebre.
